La parola Kyudo è composta da due ideogrammi. Il primo 弓 significa arco e ha due possibili letture: kyu e yumi. Il secondo kanji 道 (do) significa invece via.

Quest’ultimo ideogramma è comune a molte arti giapponesi e sottintende un concetto di sviluppo spirituale che ha radici comuni a tutte queste arti. Ad esempio Kendo è la via della spada, Chado è la via del té, Shodo è la via della scrittura, e così via. Kyudo è quindi la via dell’arco.

Il Kyudo, nel rispetto dell’antica tradizione giapponese, si pratica secondo un preciso rituale che prevede una sequenza di movimenti, Kata, apparentemente cerimoniali, in realtà funzionali a raggiungere la coordinazione necessaria al corretto scocco della freccia verso il bersaglio.

I gesti degli arcieri che aprono l’arco si ripetono uguali ad ogni tiro, ampi ed equilibrati, armonici, decisi. Praticando in modo costante, lo spirito e il corpo vengono a trovarsi nella pienezza e, al momento del tiro, chi osserva vede la freccia separarsi naturalmente dall’arco. L’aver centrato o meno il bersaglio è la verifica di quanto ogni arciere sia realmente presente a sé stesso, preciso e attento nei gesti, deciso nella realizzazione.

Il Kyudo si pratica con l’arco tradizionale giapponese, lo Yumi. Lo Yumi, unico nel suo genere, è eccezionalmente lungo (circa due metri e venti centimetri) e ha la particolarità di essere un arco asimmetrico: l’impugnatura anziché essere posta al centro come avviene in tutti gli altri archi del mondo, è posta a circa un terzo della lunghezza dell’arco a partire dal basso.

In Giappone praticano il Kyudo circa un milione e cinquecentomila persone, centotrentamila dei quali sono in possesso di un kyu o un dan. In Europa i praticanti ammontano a circa 3000 e in Italia a 180.

A Torino è da ora disponibile una nuova opportunità per coloro che desiderano avvicinarsi a questa difficile ma affascinante arte marziale: corso di kyudo a Torino.